Ancora dedicato a Gianni Celati

Sono incappata anche oggi in un articolo dedicato a Gianni Celati. Questa volta ha attirato la mia attenzione il tema della passeggiata, già trattato altrove in questo blog e nella ricerca “Il Genius Loci Svelato“.

Le passeggiate. Quelle con Gianni non riesco a separarle dai discorsi che le accompagnano come una necessità stessa del cammino, una sorta di vetro che aiuta a vedere meglio il paesaggio che si apre alla vista. Così nel ricordo congiungo passeggiate zurighesi – in alcune fredde mattinate ottobrine, lungo il lago – all’idea che intorno a noi, in quella che chiamiamo aria, c’è anche una particolare atmosfera, una tanatosfera, costituita da tutti quelli che più non sono in vita, le cui voci possiamo sentire, evocare: presenze di quel che è stato, presenze che in qualche modo continuano ad appartenerci nella lontananza, e nell’assenza.

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Tempo della visione, tempo della erosione

Vi propongo un bell’articolo di Gianni Canova dedicato a Gianni Celati e a al suo “Visioni di case che crollano” (2003).

Nelle parole di Canova:

Con Gilles Deleuze potremmo dire che Visioni di case che crollano è il tentativo di Celati di dar forma – sulla scia degli amatissimi Wim Wenders e Michelangelo Antonioni – all’immagine/tempo, e di visualizzare l’agonia di un’architettura come rivelazione epifanica di una più vasta e disorientante e desolante agonia del sociale.

Leggi tutto l’articolo.

Youtube:: Visioni di case che crollano

Ritratti del… genius loci…

Si è chiusa domenica a Casa Gola la mostra “Ritratti del poetico” ed è proprio vero che i progetti a cui “vuoi bene” poi ti restituiscono molto di più.

In mostra c’erano le bellissime fotografie di Simone Casetta ma quello che mi interessa condividere con voi oggi è una strana incursione di Genius Loci nella sede espositiva.

La più ovvia delle deduzioni che possiamo formulare a questo punto della nostra riflessione è che la location non rappresenta mai un elemento di “contorno” rispetto alla performance o, come in questo caso, alla mostra. Qui abbiamo sperimentato che architettura e opere dialogano e si contemplano, i segni autografi dei poeti hanno trovato naturale dimora nelle nicchie della cappella di Casa Gola e i cavalletti sono stati posti in modo da rappresentare tutta l’estemporaneità di un lavoro in progress come il Registro fotografico dei poeti.

Il primo weekend di apertura della mostra, caratterizzato da giornate uggiose e abbastanza umide, non ha riservato sorprese ma il terzo giorno i raggi solari filtrati da una vetrata colorata, della quale non ci eravamo neppure accorti, sono andati a “toccare” le fotografie in mostra creando effetti luminosi molto “poetici”.

Quale esempio più vivido del dialogo di un luogo con gli elementi artistici in esso collocati?

Sulle periferie…

In questi giorni di rievocazioni e memorie del cinema pasoliniano mi sono tornate in mente quelle passeggiate di cui ho parlato in un precedente post.

Lunghi piani sequenza sulle periferie degradate di Roma, forse i luoghi più amati dal regista, come quelli di Mamma Roma (1962).

Particolarmente interessante è anche il lavoro del G124, promosso dall’Architetto Renzo Piano nella sua veste di Senatore a vita. Questo gruppo ha teorizzato la necessità di “rammendo”, a superamento del vecchio concetto di “riqualificazione” delle periferie urbane e ha iniziato anche a realizzare delle iniziative concrete, tra cui il progetto relativo al quartiere Giambellino di Milano.

Di periferia parla anche l’ultimo romanzo di Michele Serra intitolato “Ognuno potrebbe” (2015) edito da Feltrinelli e ambientato in un non-luogo immaginario chiamato Capannonia. Sembra proprio un viaggio nel romanzo di Serra un video pubblicato su Repubblica Tv in cui lo scrittore si fa accompagnare in un tour della periferia di Milano da una guida d’eccezione… Ad un certo punto i due si trovano a fare un’interessante ragionamento su come anche in luoghi il cui Genius sembra irrimediabilmente smarrito, la musica e determinati “laboratori artistici” possono arrivare a costruire un’identità.

Fast biblio:

Agustoni, A. (2000) Sociologia dei luoghi ed esperienza urbana, Franco Angeli, Milano

Decandia, L. (2008), Polifonie urbane. Oltre i confini della visione prospettica, Meltemi, Roma

Micciché, L. (1999), Pasolini nella città del cinema, Marsilio, Venezia

Nuvolati, G. (2007) Mobilità quotidiana e complessità urbana, Firenze University Press, Firenze

Rossi, A. (1978), L’architettura della città, Clup, Milano

Gruppo G124 PERIFERIE (nr.1)

Labirinto per uno spettatore

Ieri ho assistito a uno spettacolo che mi ha colpita molto e che, nella nostra ricerca del Genius Loci, ci può aiutare a fare un passo avanti. Si tratta di Labirinto per uno Spettatore a cura di PROGETTO BROCKENHAUS, nell’ambito del Festival Caffeine di Piccoli Idilli.

Di labirinti abbiamo già avuto modo di parlare, recuperandone le origini mitologiche che ne mettono in luce il significato simbolico dello smarrirsi per poi ritrovarsi. Così il percorso labirintico risulta metaforico di una ricerca identitaria affascinante.

Tutto questo c’è in “Labirinto per uno spettatore” ma c’è anche molto di più. Realizzato all’interno di Villa Confalonieri (Merate, LC), rappresenta un perfetto esperimento site specific per vari motivi.

L’aspetto principale che fa rientrare a pieno titolo questo spettacolo, ben fatto, nella categoria dei “disvelatori di genius loci” è l’attenzione posta sull’esperienza sensoriale. Dichiarano gli autori nella scheda:

In una società in cui la vista, la velocità, i rumori monopolizzano le nostre esperienze e conoscenze: riprendere contatto con i nostri sensi ci consente di liberare il nostro immaginario dandoci l’occasione di incontrare noi stessi e gli altri in una dimensione poetica.

Particolarmente azzeccata l’idea di far iniziare il percorso bendati (nulla di più labirintico!) in modo da percepire il luogo dai suoi profumi e rumori. Anche nelle varie tappe l’aspetto sensoriale viene particolarmente curato. Così ci si ritroverà in una stanza “invasa” dal fieno, con le implicazioni simboliche che questo elemento può produrre nello spettatore.

Fil rouge di tutta l’esperienza una ricerca identitaria complessa e vivace, in cui ad un certo punto allo spettatore viene lanciata una richiesta di aiuto (alla quale devo confessare di essermi sottratta) da parte di una dama celata da uno specchio e da una tunica bianca che vorrebbe le venisse donato un volto. L’avrà poi trovato da sola?

La straordinaria contemporaneità della tavola peutingeriana

Oggi mi sono imbattuta in un interessante articolo di Marco Biraghi di qualche mese fa che parlava della Biennale d’Architettura.

Tavola Peutingeriana

Un particolare della Tavola Peutingeriana

Nel testo si faceva riferimento alla Tavola Peutingeriana, una straordinaria mappa che si colloca a pieno titolo nella nostra ricognizione sulle mappe che senza la pretesa di riportare su carta la REALTA’ ce la fanno conoscere nel profondo. Scrive Biraghi:

un’ottica che rifiuta la semplice riproduzione in scala ridotta dell’esistente (come fa la cartografia tradizionale), così come pure una sua selezione estetizzata (come fa un approccio turistico); un’ottica che accetta e fa propria una visione deformata, “scorciata” (o piuttosto, all’opposto, allungata, “stirata”) e ciò nondimeno – o proprio perciò – fortemente realistica; un’ottica descrittiva, analitica ma al tempo stesso cumulativa, totale. La stessa ottica che allinea lungo una strada un paesaggio stratificato, complesso, in cui – proprio come nella Tabula Peutingeriana – si affastellano fenomeni di natura diversa. Un’attendibile immagine del mondo – il mondo contemporaneo! – in un’epoca che con la sua iperproduzione di immagini stenta ormai a essere credibile.

E se i borghi diventassero parlanti?

Mi è tornato in mente, assistendo alla presentazione del progetto Aneddoti dedicato ad alcune frazioni di Olgiate Molgora, un passaggio di Giuliana Bruno, già citato dal suo “Geografia delle emozioni”:

… il mondo esterno esprime un paesaggio interiore. Le emozioni assumono la forma di una topografia mobile. Attraversare quel territorio significa immergersi nel flusso e riflusso di una psicogeografia personale e tuttavia sociale (Bruno, 2006, p. 3).

L’impresa portata ormai quasi a termine dalla Cooperativa BRIG mi sembra proprio affine a quella psicogeografia di cui parla la Bruno in cui le emozioni, in questo caso di una comunità, vanno a costruire una geografia.

Rinunciando, intelligentemente, a tracciare mappe di questa psicogeografia, i professionisti che hanno curato il progetto hanno forse trovato una via di accesso a un Genius Loci laddove testimonianze e ricordi descrivono in luoghi che esistono ancora un mondo che non esiste più, o che forse per il solo essere ricordato è più vivo che mai e rappresenta appunto l’anima di quei luoghi.