Il safari delle renne

La compagnia Toisissa tiloissa (Other Spaces)

The performance is intended to take place in a semi-urban landscape where authentic reindeer might also visit. The participants of Reindeer Safari form a herd, which moves according the natural rules that correspond to the group behavior of reindeer. The herd decides autonomously on its itinerary and the rhythm of its wayfaring. For example, one of the rules is that the participants are not aloud to chat – reindeer are very quiet animals, and they utter sounds only to inform the herd when extremely threatened.

 

Advertisements

Il giorno che il teatro incontrò Campsirago

dal libro Campsirago: storia e immagini di un paese e di un festival (1998)

E’ una storia semplice quella che lega il teatro a Campsirago, come è semplice la storia di Campsirago: un paese abitato vivo, poi diventato un paese disabitato, morto.

Quel piccolo nucleo posto sulla dorsale del monte San Genesio, protettore degli artisti, parla; non attraverso la voce dei suoi abitanti, che non ci sono più, ma attraverso le case e gli oggetti che quegli abitanti hanno lasciato, abbandonato.

Hanno lasciato le case che guardano la pianura, la corte della casa padronale, la chiesetta di San Bernardo, tanti oggetti appartenuti a una civiltà contadina: le stanze color pastello e i segni, tanti, di un’attività che oggi non c’è più.

Quando si arriva a Campsirago dopo una passeggiata nel bosco, si ha un’impressione strana: le case hanno l’aria abbandonata, fatiscente, alcune sono crollate, ma non regna il disordine.

I campi intorno al paese sono ben tenuti e coltivati, come è pulito il bosco e quando ti avvicini alle case, ti rendi conto che qualcuno sta tenendo in ordine quel luogo, ha rinnovato alcuni locali, usa il pozzo dell’acqua e il forno del pane.

Qualcuno che, con un lavoro da formica, da diversi anni, con piccoli interventi ha impedito che quel paese scomparisse definitivamente dalla faccia della terra.

La Cooperativa Nuova Agricoltura è la formica che ha impedito che tutte le case crollassero, che il bosco morisse e che i campi si trasformassero in roveti.

Un giorno il teatro ha incontrato quel paese e questi nuovi abitanti.

Non era un paese completamente sconosciuto, apparteneva, almeno per noi, Antonio e Michele, alla nostra memoria giovanile: in quel paese, già disabitato si passavano pomeriggi e sere tra amici. C’era anche chi aveva ricordi più vecchi dei nostri: chi si ricordava degli ultimi abitanti, chi si ricordava di quando in quel paese vivevano più di cento persone, e chi si ricordava di come e di cosa vivevano quegli abitanti.

Camsirago apparteneva e tuttora appartiene alla nostra memoria collettiva: era ed è un paese che ha mantenuto intatta la sua forma originale, quella di nucleo agricolo. Nel lecchese ne esistevano altri, oggi è l’unico rimasto. Forse è rimasto così incontaminato proprio perchè abbandonato. […]

E’ come se il tempo si fosse fermato all’improvviso e tutti gli abitanti fossero partiti insieme, nello stesso giorno alla stessa ora.

L’unico segno di contamintazione (n.a. sino alla fine degli anni 90) sono le scritte tracciate sulle case che parlano di “peace-love.music-lsd-hashish”, graffiti di una cultura giovanile ormai scomparsa e i segni dei saccheggi, opera di qualche antiquario milanese o della zona.

Il teatro aveva trovato un luogo, poteva essere ospite di quel paese e ritrovare “fuori dal tempio” una ragione e una sua necessità. Quel paese era la memoria sorica di un’epoca, non tanto lontana, che stava sparendo completamente e niente come il teatro, è affascinato e catturato dalla memoria, dall’abbandono, dagli spazi vuoti, dall’ascolto del silenzio, dalle tracce e dai segni.

Niente come il teatro è luogo di memoria, di riflessione storica e umana, di indagine e testimonianza del passato, radice per il futuro.

Il teatro e la Cooperativa Nuova agricoltura si ritrovano su un punto: difendere quel luogo dall’abbandono, dalla possibile speculazione edilizia, per farlo diventare luogo pubblico accessibile a tutti, memoria storica e patrimonio collettivo dal salvaguardare e rileggere.

L’avventura di CAMPSIRAGOTEATRO nasce qui. Si cercano gruppi che vogliano condividere con noi una battaglia politica, la difesa di un paese e di una battaglia culturale, realizzare un festival teatrale di qualità.

Perchè ciò avvenga il teatro deve accettare di trasformarsi, modificarsi, vivere la scommessa di costruire uno spettacolo in quel luogo abbandonato, un luogo “altro”, senza la possibilità di un palcoscenico, con un carico elettrico ridotto, senza acqua e camerini.

L’unica cosa certa, almeno dopo la prima edizione, è il pubblico, tanto, tantissimo, a volte troppo, che rimane con noi anche più di otto ore e che per arrivare cammina su un sentiero lungo più di un chilometro. Un pubblico “vero” per un festival molto popolare, e questo diventa la nostra ricchezza, che rende subito tutti più liberi, liberi di poter rappresentare le proprie opere e le proprie creazioni teatrali senza il filtro critico degli addetti ai lavori, degli operatori che si conoscono uno per uno, che si ritrovano sempre in tutti i festival d’Italia, ormai da anni, ripetendosi in continuazione.

Rende liberi la dimensione di festa che subito nasce e che permette di avere come unica preoccupazione quella di far arrivare al pubblico il proprio spettacolo, la visione del mondo, senza la paura dei giudizi estetici, formali.

Un pubblico che è ancora capace di lasciarsi impressionare dalla luce dello spettacolo e non solo dalle ombre. (Cit. di Michele)

Questi artisti e gruppi li troviamo in quell’area culturale che, rifiutandosi di fare del proprio lavoro teatrale una merce di scambio commerciale, rispondente alla logica della domanda e dell’offerta, pensa e crea un teatro come visione d’arte, come laboratorio di vita. Un’area culturale sommersa ma numerosa, che sceglie il teatro per l’urgenza di raccontarsi, per dire qualche cosa di importante; che vede l’arte del teatro come un mezzo e non come un punto d’arrivo immobile e autocelebrativo, mortale. Tutti gli artisti che sono passati da Campsirago hanno trovato un pubblico, vero, fino al punto di diventare il vero protagonista del festival.

Campsiragoteatro è un rituale, un rituale di festa con regole precise che tutti hanno rispettato: tutti condividono tutto, la ristrettezza degli spazi, gli spostamenti, i montaggi e smontaggi, la cena e il pranzo, la confusione nelle varie stanze e le difficoltà logistiche; ma poi quando uno spetacolo inizia, nasce una calma strana, un silenzio attento, con il pubblico nel suo spazio e gli attori nell’altro.

Ognuno consapevole di essere parte integrante di quell’evento che sta nascendo, di condividere con l’altro, artista o pubblico che sia, una battaglia culturale e politica di qualità. Rivendicare a nome di tutti, attraverso il festival e l’uso di quel paese, la possibilità di godere dei luoghi pieni di paesaggi e storia, come quelli di Campsirago che ci appartengono e stanno scomparendo.

Un diritto a riscattare e ritrovare quell’Italia contadina povera che, come saggiamente dice Nuto Revelli:

è stata emarginata e distrutta dal boom economico e dalla grande illusione degli anni 60.

Vivendo quei luoghi e quel paese si comprendono e illuminano i pensieri di Pier Paolo Pasolini, la sua critica feroce contro ogni “omologazione culturale”, ogni massificazione e appiattimento dei costumi, dei miti, delle mode e del costume; una massificazione che solo apparentemente ci ha reso tutti uguali, con gli stessi gusti e le stesse aspirazioni.

Campsirago è una di queste vittime, di questa contraddizione del nostro secolo. Tutto questo è stato il vero motore di Campsirago, il suo serbatoio di energia, e questa partecipazione si sente a livello epidermico, non è mai stata dichiarata o cercata, ma c’è e in qualche modo si sente.

Per tanti anni di festival la voglia di raccontare la storia di questo luogo con uno spettacolo è sempre stata repressa, ceduto a bilanci e ci conti economici, ma è sempre stata forte. Come resistere, stando in quel luogo, alla voglia di indagare e curiosare nella storia di quel paese? Aprire i vecchi armadi, trovare le vecchie cartoline, le musiche, le lettere d’amore, gli utensili da lavoro e le tante tracce umane che riportano in quegli anni, non con nostalgia, ma con la voglia di rileggerle di nuovo con la nostra storia sulle spalle.

Questo spettacolo, dal titolo sicuro “Il paese dei Vinti”, è iniziato a nascere solo adesso, e si terminerà proprio nel momento in cui, per l’intervento del Comune di Colle Brianza e della proprietà, Campsirago morirà definitivamente per poi rinascere, forse più bello e confortevole, ma sicuramente senza più il fascino di quel paese abbandonato, dove l’orologio si era fermato.

Forse si poteva fare di più, ma è stato l’unico progetto possibile per evitare la sua definitiva scomparsa. Forse non c’era momento migliore per creare lo spettacolo: il paese di Campsirago, per come noi lo conosciamo ora, sparirà e il teatro si congeda da quel bellissimo posto raccontandogli la sua storia, che poi è anche la storia.

Mi sembrava una storia troppo lontana. Mi chiedevo: cosa può aiutarci a capire del presente che già non sia nel presente?
Poi ho capito.
Guardando questo paesaggio, e questo nulla, ho capito che nel presente non c’è niente che meriti di essere raccontato.
Il presente è rumore: milioni di voci che gridano tutte insieme, in tutte le lingue cercando di sopraffarsi l’una con l’altra. La parola “io”, “io”, “io”, “io”.
Per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore, andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla…

da “La chimera” di Sebastiano Vassalli

Magari laggiù, oltre la strada asfaltata, nel cortile di quella che fu la casa padronale.

Nel villaggio fantasma di Campsirago.

E così abbiamo fatto.

Antonio Viganò, Direttore artistico di Campsiragoteatro – Compagnia Teatro La Ribalta

Oggi vediamo i risultati di quegli interventi di riqualificazione ai quali si accennava alla fine dell’articolo e possiamo dire che Campsirago, oggi sede di Residenza teatrale, è tornata a nuova vita e il teatro costituisce, in continuità con le esperienze del passato, l’anima di questo borgo abbandonato e rinato più volte.

In-boscati, il cammino dello sguardo

Nel solco del teatro nel paesaggio, In-boscati è un progetto artistico site specific, capace di generare performance che siano fortemente radicate al territorio in cui nascono e vengono presentate.

Intendiamo radicate non nel senso dell’essere ancorate, ma nelle accezione più vive e vitali dell’offrire nutrimento, del tenere più che del trattenere. Perché quelle le performance vivono della (nella) relazione con il luogo in cui sono agite e con gli spett-attori che coinvolgono e di cui schiudono sensi e immaginario.

SCHEDA DEL PROGETTO dal sito della Compagnia Scarlattine Teatro

Tappe realizzate finora:

  • In-Boscati #1. Campsirago | Il cammino dello sguardo [link]
  • In-Boscati #2. Hanko | The Siren [link]
  • In-boscati #3. Campsirago | Fuochi [link]
  • In-boscati #4. Figina di Galbiate | Ikariotico [link]

 

L’arte contemporanea nella performance

Il dialogo con l’arte contemporanea è una caratteristica fondante della performance site-specific ed è presente anche nel progetto In-boscati e in tutta l’attività di Scarlattine Teatro.

In particolare, è interessante analizzare la relazione tra In-boscati e il lavoro di una brillante artista come Anna Turina.

Nelle gallerie fotografiche successive alcune delle sue opere per la performance di Scarlattine Teatro.

In-Boscati #1. Campsirago | Il cammino dello sguardo

This slideshow requires JavaScript.

In-Boscati #2. Hanko | The Siren

This slideshow requires JavaScript.

In-boscati #3. Campsirago | Fuochi

This slideshow requires JavaScript.

In-boscati #4. Figina di Galbiate | Ikariotico

This slideshow requires JavaScript.

Da mappa a itinerario. Descrivere la performance

Quando una persona si muove dentro uno spazio architettonico crea delle vedute specifiche di questo luogo e al contempo realizza un assemblaggio fisico e psichico. Proprio come accade allo spettatore cinematografico quando associa le sequenze e traccia un itinerario accostando o contrapponendo le diverse situazioni. In maniera virtuale lo spettatore opera mentalmente come il visitatore.

Giorgi, E. (Intervista a Giuliana Bruno) “Racconti in superficie”, Domus, 14 giugno 2013, Roma

[…] Se l’ipertestualità diventa caratteristica fondante del luogo, più che la spazialità, per darne una rappresentazione «il modello non è più la mappa ma l’itinerario, una frammentaria sequenza di eventi e azioni attraverso gli spazi per una narrazione nomade, in cui il percorso è articolato dal movimento dell’artista» (Kwon, 2002).

Come nel modello di movimento proprio del cyberspazio e di Internet, strutturato come un’esperienza di transito, una cosa dopo l’altra, non in simultanea, questa trasformazione “testualizza” spazi e “spazializza” discorsi (ibid.).

Nel testo di Birch e Tompkins si distinguono tre possibili “stati” di un luogo: come sito geografico (nozione assimilabile a quella di “sito in senso letterale” di Meyer), come teatro di avvenimenti storici, come location di performance. E anche qui viene rilevato come «la descrizione di quest’ultima tipologia non possa avvenire con una mappa o un compasso» (Birch e Tompkins, 2012).

Ecco la mappa, a metà tra luogo e rappresentazione, messa a punto da Jacopo Colombo e Nina Losi per lo spettacolo In-boscati.

Mappa di In-boscati a cura di Jacopo Colombo e Nina Losi