Il borgo di Campsirago

Ritrovarsi con pochi compagni, lasciarsi dietro paese e valle e prendere la via del bosco. Seguire, passo a passo, l’antico percorso romanico su cui incontrare, ritrovare, scoprire. La casa abbandonata, le pozze. Nello slargo, le betulle. Senza invocarle, imbattersi nelle ombre del genius loci, figure polimorfe e bizzarre, anche, capaci di toccare e sorprendere. E solo infine guadagnare l’altezza.

(In-boscati, il cammino dello sguardo)

Campsirago, frazione del comune di Colle Brianza (LC), è un nucleo fondato nel basso medioevo e situato a un’altitudine di 680 metri, sulle pendici del Monte San Genesio, o Monte di Brianza.

Campsirago fu abbandonato dagli abitanti, in cerca di una migliore occupazione nell’industria, dopo la seconda guerra mondiale.

Negli anni Settanta il borgo fu “colonizzato” per alcuni raduni di “figli dei fiori” ma non vi era elettricità né acqua corrente e gli edifici versavano in condizioni molto precarie.

La vera ripopolazione avvenne negli anni Ottanta quando vi si stabilì la cooperativa “Nuova Agricoltura” e «grazie a loro il paese ha vissuto la positività dell’ideale politico e associativo – spiega Giampietro Tentori di Legambiente -, riuscendo a mandare in fumo il tentativo di speculazione edilizia da parte di un noto imprenditore brianzolo, possidente ai tempi di quasi tutto il borgo» .

Dagli anni Novanta il destino di Campsirago è stato legato al teatro contemporaneo e di ricerca.

 

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“E incontrammo Jerzy Grotowski”

Jerzy Grotowski (1933-1999)

Nel 1979, il vignettista e scrittore Alfredo Chiappori, residente a Lecco, organizzò la prima realizzazione nell’Europa Occidentale de “L’Albero delle genti” di Jerzy Grotowski[1], a cui presero parte sia il regista polacco che la sua compagnia di 7 elementi, tra cui anche Riszard Cieslak.

L’Albero delle Genti fu proposto in un momento molto dinamico e fecondo per il teatro nella città di Lecco. Alla guida del Teatro Sociale vi erano, oltre ad Alfredo Chiappori, Renzo Vescovi e Benvenuto Cuminetti e diverse figure di spicco del cosiddetto Terzo Teatro passarono da qui alla fine degli anni Settanta: Eugenio Barba e l’Odin Teatret, l’attore di Peter Brook, Yoshi Oida, Yves Lebreton, i clown Colombaioni e molti altri. Da quella Stagione, molto coinvolgente per i giovani, nacquero 6 Compagnie, di cui oggi è ancora attiva Teatro Invito[3].

L’evento ebbe luogo presso l’Eremo di Monte Barro (Comune di Galbiate, LC); qui un gruppo di

Lo scrittore e vignettista Alfredo Chiappori

circa una ventina di partecipanti si ritirò per tre giorni e tre notti vivendo un’esperienza che può essere parzialmente spiegata dalle parole di Simone Locatelli sul para-teatro di Grotowski.

I partecipanti, fossero spettatori o “guide”, nel corso dell’azione che non aveva orari e poteva realizzarsi di giorno o di notte, si relazionavano tra loro in silenzio spesso suddivisi in piccoli gruppi, solo attraverso la loro corporeità e sperimentando un tema, poi ricorrente in molta della successiva ricerca del Teatro nella Natura, ovvero il cosiddetto “ampliamento percettivo”:

Tutti i registri espressivi utilizzati, come il racconto[5], il canto, la musica, l’immaginario poetico e la perfomance attorica, sono orientati a questo connettere l’azione simbolica con il paesaggio e l’ambiente circostante. Risuona fortemente in alcune esperienze (O Thiasos TeatroNatura) la sensibilità simbolista verso la percezione sinestetica del reale; ci si muove comunque oggi, generalmente, oltre la ricerca di un suggestivo sfondo per l’azione teatrale, e invece verso una intensificazione percettiva dell’ambiente, a un doppio livello: nella sua metaforicità ma anche nella sua matericità (Gandolfi, 2013).

Riguardo a questo ultimo aspetto Alfredo Chiappori usa l’immagine evocativa di «doppio fiato», con particolare riferimento al cammino notturno nel bosco.


[1] L’evento è citato nella biografia ufficiale disponibile all’indirizzo: http://www.alfredochiappori.it/biografia.htm (consultato in data 17.01.2014) ed è stato possibile approfondirne i contenuti in una conversazione con Alfredo Chiappori (Lecco, 15.01.2014)

[3] Il racconto di quegli anni mi è stato trasmesso da Luca Radaelli, direttore artistico della Compagnia Teatro Invito di Lecco, che ha partecipato direttamente all’Albero delle Genti di Grotowski nel 1979

[5] A proposito del racconto, come già ampiamente approfondito nel terzo capitolo e come ha avuto modo di sottolineare anche Luca Radaelli, esso era “contestato” dal teatro di avanguardia, come dal Terzo Teatro, opponendo al teatro del testo il teatro del corpo. “La narrazione” tornerà solo alla fine degli anni 80

Il giorno che il teatro incontrò Campsirago

dal libro Campsirago: storia e immagini di un paese e di un festival (1998)

E’ una storia semplice quella che lega il teatro a Campsirago, come è semplice la storia di Campsirago: un paese abitato vivo, poi diventato un paese disabitato, morto.

Quel piccolo nucleo posto sulla dorsale del monte San Genesio, protettore degli artisti, parla; non attraverso la voce dei suoi abitanti, che non ci sono più, ma attraverso le case e gli oggetti che quegli abitanti hanno lasciato, abbandonato.

Hanno lasciato le case che guardano la pianura, la corte della casa padronale, la chiesetta di San Bernardo, tanti oggetti appartenuti a una civiltà contadina: le stanze color pastello e i segni, tanti, di un’attività che oggi non c’è più.

Quando si arriva a Campsirago dopo una passeggiata nel bosco, si ha un’impressione strana: le case hanno l’aria abbandonata, fatiscente, alcune sono crollate, ma non regna il disordine.

I campi intorno al paese sono ben tenuti e coltivati, come è pulito il bosco e quando ti avvicini alle case, ti rendi conto che qualcuno sta tenendo in ordine quel luogo, ha rinnovato alcuni locali, usa il pozzo dell’acqua e il forno del pane.

Qualcuno che, con un lavoro da formica, da diversi anni, con piccoli interventi ha impedito che quel paese scomparisse definitivamente dalla faccia della terra.

La Cooperativa Nuova Agricoltura è la formica che ha impedito che tutte le case crollassero, che il bosco morisse e che i campi si trasformassero in roveti.

Un giorno il teatro ha incontrato quel paese e questi nuovi abitanti.

Non era un paese completamente sconosciuto, apparteneva, almeno per noi, Antonio e Michele, alla nostra memoria giovanile: in quel paese, già disabitato si passavano pomeriggi e sere tra amici. C’era anche chi aveva ricordi più vecchi dei nostri: chi si ricordava degli ultimi abitanti, chi si ricordava di quando in quel paese vivevano più di cento persone, e chi si ricordava di come e di cosa vivevano quegli abitanti.

Camsirago apparteneva e tuttora appartiene alla nostra memoria collettiva: era ed è un paese che ha mantenuto intatta la sua forma originale, quella di nucleo agricolo. Nel lecchese ne esistevano altri, oggi è l’unico rimasto. Forse è rimasto così incontaminato proprio perchè abbandonato. […]

E’ come se il tempo si fosse fermato all’improvviso e tutti gli abitanti fossero partiti insieme, nello stesso giorno alla stessa ora.

L’unico segno di contamintazione (n.a. sino alla fine degli anni 90) sono le scritte tracciate sulle case che parlano di “peace-love.music-lsd-hashish”, graffiti di una cultura giovanile ormai scomparsa e i segni dei saccheggi, opera di qualche antiquario milanese o della zona.

Il teatro aveva trovato un luogo, poteva essere ospite di quel paese e ritrovare “fuori dal tempio” una ragione e una sua necessità. Quel paese era la memoria sorica di un’epoca, non tanto lontana, che stava sparendo completamente e niente come il teatro, è affascinato e catturato dalla memoria, dall’abbandono, dagli spazi vuoti, dall’ascolto del silenzio, dalle tracce e dai segni.

Niente come il teatro è luogo di memoria, di riflessione storica e umana, di indagine e testimonianza del passato, radice per il futuro.

Il teatro e la Cooperativa Nuova agricoltura si ritrovano su un punto: difendere quel luogo dall’abbandono, dalla possibile speculazione edilizia, per farlo diventare luogo pubblico accessibile a tutti, memoria storica e patrimonio collettivo dal salvaguardare e rileggere.

L’avventura di CAMPSIRAGOTEATRO nasce qui. Si cercano gruppi che vogliano condividere con noi una battaglia politica, la difesa di un paese e di una battaglia culturale, realizzare un festival teatrale di qualità.

Perchè ciò avvenga il teatro deve accettare di trasformarsi, modificarsi, vivere la scommessa di costruire uno spettacolo in quel luogo abbandonato, un luogo “altro”, senza la possibilità di un palcoscenico, con un carico elettrico ridotto, senza acqua e camerini.

L’unica cosa certa, almeno dopo la prima edizione, è il pubblico, tanto, tantissimo, a volte troppo, che rimane con noi anche più di otto ore e che per arrivare cammina su un sentiero lungo più di un chilometro. Un pubblico “vero” per un festival molto popolare, e questo diventa la nostra ricchezza, che rende subito tutti più liberi, liberi di poter rappresentare le proprie opere e le proprie creazioni teatrali senza il filtro critico degli addetti ai lavori, degli operatori che si conoscono uno per uno, che si ritrovano sempre in tutti i festival d’Italia, ormai da anni, ripetendosi in continuazione.

Rende liberi la dimensione di festa che subito nasce e che permette di avere come unica preoccupazione quella di far arrivare al pubblico il proprio spettacolo, la visione del mondo, senza la paura dei giudizi estetici, formali.

Un pubblico che è ancora capace di lasciarsi impressionare dalla luce dello spettacolo e non solo dalle ombre. (Cit. di Michele)

Questi artisti e gruppi li troviamo in quell’area culturale che, rifiutandosi di fare del proprio lavoro teatrale una merce di scambio commerciale, rispondente alla logica della domanda e dell’offerta, pensa e crea un teatro come visione d’arte, come laboratorio di vita. Un’area culturale sommersa ma numerosa, che sceglie il teatro per l’urgenza di raccontarsi, per dire qualche cosa di importante; che vede l’arte del teatro come un mezzo e non come un punto d’arrivo immobile e autocelebrativo, mortale. Tutti gli artisti che sono passati da Campsirago hanno trovato un pubblico, vero, fino al punto di diventare il vero protagonista del festival.

Campsiragoteatro è un rituale, un rituale di festa con regole precise che tutti hanno rispettato: tutti condividono tutto, la ristrettezza degli spazi, gli spostamenti, i montaggi e smontaggi, la cena e il pranzo, la confusione nelle varie stanze e le difficoltà logistiche; ma poi quando uno spetacolo inizia, nasce una calma strana, un silenzio attento, con il pubblico nel suo spazio e gli attori nell’altro.

Ognuno consapevole di essere parte integrante di quell’evento che sta nascendo, di condividere con l’altro, artista o pubblico che sia, una battaglia culturale e politica di qualità. Rivendicare a nome di tutti, attraverso il festival e l’uso di quel paese, la possibilità di godere dei luoghi pieni di paesaggi e storia, come quelli di Campsirago che ci appartengono e stanno scomparendo.

Un diritto a riscattare e ritrovare quell’Italia contadina povera che, come saggiamente dice Nuto Revelli:

è stata emarginata e distrutta dal boom economico e dalla grande illusione degli anni 60.

Vivendo quei luoghi e quel paese si comprendono e illuminano i pensieri di Pier Paolo Pasolini, la sua critica feroce contro ogni “omologazione culturale”, ogni massificazione e appiattimento dei costumi, dei miti, delle mode e del costume; una massificazione che solo apparentemente ci ha reso tutti uguali, con gli stessi gusti e le stesse aspirazioni.

Campsirago è una di queste vittime, di questa contraddizione del nostro secolo. Tutto questo è stato il vero motore di Campsirago, il suo serbatoio di energia, e questa partecipazione si sente a livello epidermico, non è mai stata dichiarata o cercata, ma c’è e in qualche modo si sente.

Per tanti anni di festival la voglia di raccontare la storia di questo luogo con uno spettacolo è sempre stata repressa, ceduto a bilanci e ci conti economici, ma è sempre stata forte. Come resistere, stando in quel luogo, alla voglia di indagare e curiosare nella storia di quel paese? Aprire i vecchi armadi, trovare le vecchie cartoline, le musiche, le lettere d’amore, gli utensili da lavoro e le tante tracce umane che riportano in quegli anni, non con nostalgia, ma con la voglia di rileggerle di nuovo con la nostra storia sulle spalle.

Questo spettacolo, dal titolo sicuro “Il paese dei Vinti”, è iniziato a nascere solo adesso, e si terminerà proprio nel momento in cui, per l’intervento del Comune di Colle Brianza e della proprietà, Campsirago morirà definitivamente per poi rinascere, forse più bello e confortevole, ma sicuramente senza più il fascino di quel paese abbandonato, dove l’orologio si era fermato.

Forse si poteva fare di più, ma è stato l’unico progetto possibile per evitare la sua definitiva scomparsa. Forse non c’era momento migliore per creare lo spettacolo: il paese di Campsirago, per come noi lo conosciamo ora, sparirà e il teatro si congeda da quel bellissimo posto raccontandogli la sua storia, che poi è anche la storia.

Mi sembrava una storia troppo lontana. Mi chiedevo: cosa può aiutarci a capire del presente che già non sia nel presente?
Poi ho capito.
Guardando questo paesaggio, e questo nulla, ho capito che nel presente non c’è niente che meriti di essere raccontato.
Il presente è rumore: milioni di voci che gridano tutte insieme, in tutte le lingue cercando di sopraffarsi l’una con l’altra. La parola “io”, “io”, “io”, “io”.
Per cercare le chiavi del presente, e per capirlo, bisogna uscire dal rumore, andare in fondo alla notte, o in fondo al nulla…

da “La chimera” di Sebastiano Vassalli

Magari laggiù, oltre la strada asfaltata, nel cortile di quella che fu la casa padronale.

Nel villaggio fantasma di Campsirago.

E così abbiamo fatto.

Antonio Viganò, Direttore artistico di Campsiragoteatro – Compagnia Teatro La Ribalta

Oggi vediamo i risultati di quegli interventi di riqualificazione ai quali si accennava alla fine dell’articolo e possiamo dire che Campsirago, oggi sede di Residenza teatrale, è tornata a nuova vita e il teatro costituisce, in continuità con le esperienze del passato, l’anima di questo borgo abbandonato e rinato più volte.