Abstract

Un occhio.
Un fantasma.
Una lente.
3 giorni e 3 notti con Grotowsky.
Una passeggiata. Una renna. Un letto.
In-boscati.

Questi sono alcuni ingredienti che caratterizzano le tappe di questa ricerca finalizzata all’elaborazione di una “strategia” e la sperimentazione di strumenti per l’accesso al genius loci, ovvero allo spirito originario del luogo.

Definitivamente archiviato il cosiddetto “primato dello sguardo”, grande conquista del positivismo ottocentesco, questa Tesi propone, attraversando i territori dell’architettura e del cinema, la performance site specific come elemento in grado di svelare il genius del luogo.

Il Teatro del Mondo di Aldo Rossi è stato scelto come esempio di quella riflessione che vede il mondo dell’architettura impegnato, a partire dalle ricerche del norvegese Christian Norberg-Schulz, nella ricerca di un dialogo con i luoghi.

La seconda tappa di questo percorso si sviluppa nel “territorio” del cinema partendo dalla “geografia delle emozioni” teorizzata da Giuliana Bruno. Sulla base delle teorie della docente si prosegue con un riferimento al reportage di Pier Paolo Pasolini dal titolo La lunga pista di sabbia pubblicato nel 1959 per la rivista Successo, e con la consapevolezza che:

Ogni film ha bisogno di un’ubicazione. Ogni film necessita di uno spazio, sia esso preesistente o di invenzione. Ma anche ipotizzando che lo spazio sia reale, di solito lo si reinventa (Greenaway, 1993).

Richiamato lo stretto rapporto tra il cinema delle origini e la metropoli, citando anche memorabili passeggiate nel cinema pasoliniano passo alla tematica performance a partire dal campo della video arte.

Il luogo, attraverso la performance site specific subisce una trasformazione in location, diventando uno spazio praticato e rendendo possibile quella che Clifford McLucas definisce “host/ghost relationship”: il luogo (host) per un certo periodo di tempo è infestato da un fantasma (la performance) che come tutti i fantasmi è trasparente. L’osservatore, acquisito il ruolo di spettatore, guardando attraverso la trasparenza del fantasma ha la possibilità di accedere al genius loci.

Mi è sembrata densa di significato l’immagine proposta da Susan Headicke che descrive lo spettatore della performance site specific come colui che ha il privilegio di guardare attraverso la lente dell’immaginazione artistica, accedendo a molteplici livelli di realtà, sperimentando una re-visione di quanto precedentemente assunto come vero.

L’architetto Kevin Linch del resto aveva già sentenziato che “in ogni istante vi è più di quanto l’occhio possa vedere e più di quanto l’orecchio possa sentire”. I 5 sensi non bastano più poiché la conoscenza del luogo passa attraverso un processo di reciprocità tra osservatore e luogo.

Occorre sperimentare un ampliamento percettivo e il vignettista Alfredo Chiappori mi ha spiegato come a lui e ad altri fortunati ne diede dimostrazione il genio di Jerzy Grotowsky nel 1979, quando portò il suo Albero delle Genti a Lecco: un eccellente esempio di teatro nel paesaggio, ovvero del filone della sua produzione che prese il nome di parateatro.

Tutta la parte finale della ricerca è dedicata alle più emozionanti pratiche contemporanee di Teatro nella Natura: le elaborazioni di O Thiasos TeatroNatura sul tema del cammino, gli esperimenti di trasformazione in renna mediati dal collettivo finlandese Other Spaces e le straordinarie trasfiguarazioni di luoghi pubblici in chiave erotica della compagnia Animanera.

E infine, c’è il progetto site specific In-boscati che in 4 tappe (finora realizzate) attraversa tutti gli aspetti più interessanti della produzione site specific in ambiente naturale.

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